XVIII LETTERA A FANNY BRAWNE

Mia cara Fanny,
 non lasciare che tua madre pensi che mi fai del male scrivendomi di sera. Per una ragione o per l'altra il tuo biglietto di ieri non è stato prezioso come i precedenti. Vorrei che mi chiamassi ancora Amore. Vederti felice e allegra è per me di grande consolazione - eppure lasciami credere che non sei felice nemmeno la metà di quanto lo saresti se io guarissi. Sono nervoso, lo riconosco, e forse mi giudico più malato di quello che sono; se è così, tu devi essere indulgente con me e coccolarmi con quella tenerezza che mi hai dimostrato in varie lettere. Mia dolce creatura, quando ripenso alle pene e ai tormenti che ho sofferto per te dal giorno in cui ti lasciai per andare nell'isola di Wight, alle estasi nelle quali ho passato alcuni giorni e alle successive miserie, ancor più mi meraviglio che la Bellezza abbia mantenuto l'incanto con tale intensità. Quando ti manderò questa mia sarò nel salotto, ad aspettare che ti mostri per un minuto in giardino. Quale barriera erige tra noi questa malattia! Anche se stessi bene - dovrei essere il più possibile filosofo. Ora che ho avuto occasione di passare le notti inquieto e sveglio, ho trovato altri pensieri che mi turbano: "Se morissi - mi dicevo - non avrò lasciato alcuna opera immortale dietro di me, nulla che possa rendere i miei amici orgogliosi della mia memoria - ma ho amato il principio della bellezza in tutte le cose, e se avessi avuto tempo mi sarei fatto ricordare ". Pensieri come questi mi venivano molto debolmente quand'ero in salute ed ogni mio battito era per te - ora tu dividi con questa (posso dirlo?) "ultima debolezza di una nobile mente" ogni mia meditazione.
Dio ti benedica, Amore.
J.Keats


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