Io ti voglio bene lo stesso.

Monet, cinque mesi

Oggi abbiamo fatto un giro all'Ikea. Adoro andare lì. L'espressione più pura di un mercato che ti suscita il bisogno del prodotto che ti vende, ma che, facendolo a basso costo, ti dà pure l'illusione di risparmiare. Non credo che nessuno sia mai passato dalla corsia "uscita senza acquisti". Una volta dentro ti senti quasi obbligato a riempire quella benedetta borsa gialla, mentre a ogni angolo ci sono cartelli che ti ribadiscono che ogni cosa che viene prodotta lì è fatta PER TE. Comprese le polpettine biologiche e vegetariane che mi mettono nel menù bimbi.
A ogni uscita dalla routine casalinga corrisponde un rientro uguale e contrario dove ti accorgi che tutto ciò di cui hai bisogno è esattamente dove lo hai lasciato.
Come Monet, gattino con l'ulcera all'occhio e il raffreddore, a cui sto offrendo cuccia calda, tanta pappa, antibiotico, pomata oftalmica e coccole. E lui mi fa le fusa appena lo guardo.
Lo so che dovrei essere molto più distaccata.
Lo so, Monet, che tu non sei il mio gatto, che presto troverai una famiglia, che probabilmente non ti chiamerai nemmeno più Monet.
Ma io ti voglio bene lo stesso.
Per me sei una vita indifesa cui provo a dare protezione e calore.
Perchè io la prendo sempre sul personale.
Forse dovremmo prenderla sempre sul personale (come dice Meg Ryan in "C'è posta per te").
Così prendo sul personale anche te, tenero gatto arruffato. E ti voglio bene.
Ti voglio bene lo stesso.


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