Renoir a vent'anni.

(dal libro "Renoir, mio padre" di Jean Renoir, Adelphi 2015 )

A vent'anni mio padre era già un uomo maturo.


Si era dovuto guadagnare la vita, aveva avuto amicizie, forse anche amori. Gli rimaneva da conoscere la miseria, che fino ad allora ignorava grazie all'affettuosa attenzione di cui l'avevano circondato i genitori e alla sua stupefacente abilità. I diversi mestieri che aveva fatto e le ore che dedicava in pari tempo alla pittura, i suoi rapporti con ragazzi e ragazze e il suo interessamento verso i familiari, gli avevano fatto attraversare senza preoccuparsene un periodo agitato della storia francese.
La proclamazione della Repubblica, avvenuta nel 1848, era stata seguita da disordini spaventosi. C'erano state battaglie per le vie, barricate. Le guardie reali, divenute guardie repubblicane, avevano continuato come in passato a scaricare i loro fucili sul popolo.
La Francia aveva conosciuto l'immensa speranza degli Ateliers Nationaux, che avrebbero dovuto significare pane per tutti, e la disperazione di un fallimento sanguinoso.
(...) I borghesi, dopo avere coscienziosamente liquidato i nobili, si installavano nei castelli, ben decisi a non farsi sloggiare. Scoprivano la dolce vita. Erano pronti per Offenbach. Alcuni di essi si sarebbero mostrati pronti anche per Renoir; si trattava di eccezioni, naturalmente, di un piccolo sacrificio a favore di quella che sarebbe potuta diventare la grande arte del domani, qualcosa di simile alla preghiera del mattino che anche certi dissoluti non dimenticano di fare, nulla di paragonabile comunque allo sbalorditivo successo delle cortigiane alla moda, dei grandi sarti e delle corse dei cavalli.


Buona Settimana da Zia Delina!

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