giovedì 29 dicembre 2011

Quella certa età, prima parte, G.Guareschi.



QUELLA CERTA ETA’

Mi svegliai alle cinque e mezzo e, appena alzato, rifeci il letto e riordinai la mia cameretta. Un muro di pietra spesso ottanta centimetri separa la mia stanza da quella di Margherita e, anche se avessi salutato a schioppettate il sole nascente, dall’altra parte non si sarebbe udito niente : ciò nonostante io mi comportai come se fra me e Margherita esistesse una parete di carta velina.
Lo stesso feci poco dopo quando ebbi raggiunto – in pantofole – il mio bagno personale. Mi lavai, mi pettinai e mi rivestii nel più assoluto silenzio rinunciando a radermi per timore che il crepitar della barba sotto il filo del rasoio turbasse quella sublime pace.
Finita la mia toletta, ripulii e rimisi in perfetto ordine anche la stanza da bagno e, sempre camminando in pantofole, scesi in cucina.
Il tè l’avevo preparato la sera prima di andare a letto, lo bevvi freddo per evitare lo scatto dell’interruttore del fornello elettrico.
Riordinata con cura la cucina, risalii al primo piano e raggiunsi il mio studio.
Un muro di pietra spesso ottanta centimetri, un corridoio indi un altro muro d’ottanta centimetri mi dividevano dalla stanza di Margherita: avrei potuto, senza disturbare il sonno della madre dei nostri due numerosi figli, scrivere a macchina sparando pistolettate sui tasti, ma io non guardai neppure la macchina e m’insediai delicatamente al tavolo sul quale m’attendevano una matita a mina morbidissima e il quaderno degli appunti.
Erano le sei e trentacinque e da quel momento io diventai qualcosa come un mobile del mio studio. Anzi qualcosa d’ancor più riservato perché nei mobili del mio studio qualche piccolo tarlo c’è, mentre io ( pur possedendo un sacco di altri difetti) non ho tarli e nessuno scricchiolio tradisce il traffico interno del recipiente che da mezzo secolo porto con sufficiente dignità sopra le spalle.
Alle dieci e trenta la porta del mio studio si spalancò e apparve Margherita: era in vestaglia e i capelli le ricadevano sulla fronte coprendole il viso dalla punta del naso in su. Non potevo quindi per evidenti ragioni tecniche vedere i suoi occhi,però dalla piega amara delle labbra e dal guizzare di alcune vene del collo compresi che Margherita stava guardandomi con odio.
-          Quando sa che nella stanza sottostante dorme qualcuno, la persona civile evita di sbatacchiare sul pavimento sedie, scarpe, comodini e altre sudicerie.
Così disse con voce dura Margherita, poi aggiunse dopo una breve pausa:
-          Ma forse tu non sei una persona civile, o forse io non sono qualcuno per te.
Avrei potuto risponderle. “Margherita, è vero che la mia camera da letto è sopra la tua, però quella della nostra casa al paesello. Qui siamo lontani duecento chilometri dal paesello, siamo in un ameno borgo di montagna e, mentre la mia stanza da letto è a fianco della tua, sopra la tua stanza c’è soltanto il tetto. Ti par possibile che io salga sul tetto per il bel gusto di sbatacchiare sopra le tegole comodini, scarpe , sedie e roba del genere?”
Avrei potuto risponderle così e schiantarla sotto il peso del mio sarcasmo; invece le risposi semplicemente:
-          Mi dispiace, Margherita. Non l’ho fatto apposta.




6 commenti:

emma 120 ha detto...

bellissimo brano

emma 120 ha detto...

bellissimo brano

Delina ha detto...

Sono molto contenta ti sia piaciuto...ed è solo la prima parte...

emma 120 ha detto...

Allora nn vedo l'ora di leggere la seconda parte...

emma 120 ha detto...

Allora nn vedo l'ora di leggere la seconda parte...

alessia casagrande ha detto...

anche io dico ke è un bellissimo brano da ascoltare almeno 900 volte.ciao.